Proseguiamo con la pubblicazione del lavoro di Don Augusto Mascagna, professore emerito dell’ISSR “Alberto Torcchi” di Civita castellana, dal titolo “La mia passione è cantare l’Amore – Itinerario spirituale di Cecilia Eusepi”. Oggi continueremo a parlare della vita di Cecilia e del suo cammino spirituale. Trovate la prima parte del testo in Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 1).
1.2 “Va angioletto e ritorna angelo”. Accompagnate questo angioletto fino a Pistoia .
È il 18 novembre 1923 e queste sono le parole che il Padre Agostino utilizzò per benedire la partenza di Cecilia per un grande viaggio. Da Pistoia dopo 11 mesi fa gli esami delle scuole medie, poi a Zara per dieci mesi per iniziare le scuole magistrali e, dopo l’inizio della sua malattia, di nuovo a Pistoia per altri 17 mesi, al termine dei quali, il procedere e aggravarsi della sua malattia, la costringerà a riprendere la strada di casa a Nepi.
Lo schema che segue ci riporta gli spostamenti sopraindicati a partire dai suoi scritti, prima “Storia di un pagliaccio” e poi “Il Diario”.
| ABD., 47-52 | 18.11.1923 – 10.1924 | Pistoia 11 mesi | Esami prima complementare |
| ABD., 52-55 | 23.10.1924 – 13.07.1925 | Zara 10 mesi | Magistrale |
| ABD., 55 | inizio malattia | ||
| ABD., 54-68 | 13.07.1925 – 10.10.1926 | Pistoia 17 mesi | |
| ABD., 75-508 | 29.05.1927 -12.09.1928 | Nepi | Diario |
Saranno tre anni in cui Cecilia cresce nella sua vocazione attraverso quelli che sono gli strumenti più idonei della vita di un ambiente di formazione.
Innanzitutto un buonissimo rapporto con la Madre Maestra che, oltre ad essere punto di riferimento per la sua formazione, diventerà anche persona con cui intesserà un dialogo leale, sincero e molto intenso.
Un altro elemento di formazione saranno la sua preghiera e il sacramento della Confessione, sacramento che districherà anche situazioni difficili (15).
Queste occasioni di crescita nella Fede daranno a Cecilia la possibilità di seguire Gesù Signore, anche se questo la porterà lontano (16) . Con la sicurezza che questa è la sua vocazione e la sua vita: “stringendo ancora più forte il crocifisso sul cuore dicevo: no, prima morire che lasciarti” (17).
Questi primi passi da sola le faranno inoltre sperimentare la gioia e la bellezza di un cammino fatto insieme ad alcune sorelle che saranno vere compagne sulla strada della sua vocazione. Per esempio con Chiara Laffi chiamata burlescamente Cirillo, per la quale Cecilia dice “ci volevamo bene proprio come due sorelle, quanti scherzi m’ha fatto!” () o con altre compagne: “pensai di fare ogni sera fra noi come una specie di riunione dove ognuna accusavamo le nostre mancanze, facevamo insieme la penitenza che consisteva nella recita di tre Ave Maria con le mani sotto le ginocchia, insieme facevamo pure un proposito per il giorno seguente e ci assegnavamo un certo numero di fioretti da fare” (19).
Altra occasione, che fece crescere l’esperienza di fede di Cecilia, fu l’incontro con i bambini che frequentavano l’asilo e la scuola delle suore; furono per lei vero tirocinio pastorale e vera occasione di crescita (20).
È però il 13 Luglio del 1925 una data importante nella vita di Cecilia perché inizia in quei giorni l’esperienza della malattia che non la abbandonerà più “l’aria di mare non era per il mio fisico perciò mi ammalavo con febbri altissime” (21). Da Zara a Pistoia, poi a Quarrata per passare l’estate e poi la sentenza “avevo già compiuto i 15 anni e perciò per la prima volta feci la domanda di essere ammessa al probandato, ma, a causa della mia salute, la mia domanda non fu accettata” (22). Seguiranno giorni di riposo al letto, alcuni momenti felici in cui Cecilia riprende le forze e da Pistoia viene mandata d’estate a Maresca, residenza estiva delle suore dove viene impegnata con i ragazzi (23), ma la sua malattia riappare ancora più violenta “malata di peritonite con infiammazione ai polmoni” (24). Segue la degenza in infermeria e la sentenza diventa esecutiva: il 10 ottobre 1926 ritorna a Nepi (25).
(15) Cfr. C. EUSEPI, Autobiografia e diario, a cura della postulazione generale dei Servi di Maria, Roma 1991; IIª edizione a cura della Diocesi di Civita Castellana, 2011 (In avanti: ABD., pagine). Questa nuova edizione raccogli la prefazione di Mons. ROMANO ROSSI (vescovo di Civita Castellana), la presentazione di TITO M. SARTORI, la Storia di un Pagliaccio e il Diario di Cecilia Eusepi, 53.
(16) Ivi, 52.
(17) Ivi, 49.
(18) Ivi, 52-53.
(19) Ivi, 53-54.
(20) Cfr. Ivi, 48 e 58.
(21) Ivi, 54.
(22) Ivi, 54-55.
(23) Cfr. Ivi, 58-59.
(24) Ivi, 60.
(25) Ivi, 63.
Quella sconfitta, l’impossibilità di realizzarsi in una forma di vita che tanto desiderava, la porterà ad una sapienza di vita molto profonda “tutto posso quaggiù, dicevo a me stessa, tanto la gioia, quanto il dolore, siamo pellegrini incamminati per la via del cielo. E la nostalgia della patria celeste si fece sentire nel mio cuore come il giorno della Prima Comunione” (26). Inoltre non rappresenterà una fermata nella sua vocazione ma l’occasione di un’offerta di sé ancora più totale “nel Natale di quello stesso anno mi offrii a Gesù Bambino come sua Pallina e Gesù accettò la mia offerta” (27). “Sebbene non risparmiassi lacrime, pure nel mio cuore ero rassegnatissima a fare la volontà di Dio, mi ero offerta a Lui come Pallina ed Egli che ora accettava la mia offerta, come potevo ricusargliela?” (28).
In questo suo procedere Cecilia sta imitando la sua sorellina Santa Teresa di Gesù Bambino ma forse in Cecilia l’esperienza della sconfitta umana e cioè la mancanza di una professione religiosa e una vita comunitaria, la porterà a vivere il Getsemani senza passare dalla Galilea. Cioè nella storia di ogni vocazione, sia nella vocazione al matrimonio che la vocazione al sacerdozio o consacrazione a Dio, c’è il momento “dell’innamoramento”, del “fidanzamento”, del progettare e sognare la vita insieme, inseguendo quei sogni che stanno per diventare realtà. Il momento delle nozze o della professione religiosa, o ordinazione sacerdotale, come anche la formazione e la preparazione, sono momenti importanti non solo come coronamento personale di un cammino ma come occasione per rendere pubblico il proprio amore, la propria vocazione. Questa “pubblicità” è parte fondamentale di una storia vocazionale. Il realizzarsi di questo momento umano si può paragonare agli avvenimenti evangelici che riguardano la vita di Gesù e che si svolgono in Galilea, in cui i miracoli, le grandi parole di Gesù avvicinano una grande folla e rendono pubblico il ministero di Gesù a favore del suo popolo. Questi momenti sono il segno di una storia che si sta per compiere, la rivelazione di Dio, dove non mancano contrasti o occasioni di educare la gioia di un popolo che si appassiona a seguire Gesù, ma il tutto diventa anche consolazione per Gesù stesso: Egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore Mc 6,34.
Nell’esperienza vocazionale di Cecilia viene a mancare questo momento umano di realizzazione, perché la malattia la porterà subito a sperimentare il Getsemani, cioè il dolore di una croce senza nessuna consolazione e l’insorgere del dubbio evangelico che Cecilia sperimenterà ancora più forte “piansi tanto e non mancai di aggiungere che se fosse stato possibile, avesse allontanato da me quel terribile calice” (29). Come i fatti evangelici insegnano, Gesù poi affrontò quella croce che nel Getsemani era stata solo presagita, così anche Cecilia “sorseggiò quel calice di sofferenza fino all’ultima stilla” (30). Nella Passione Secondo Luca si narra che al momento del Getsemani, un angelo venne a consolare Gesù (cfr. Lc 22,43); è interessante che proprio in questo momento di “fallimento umano” e insieme di prova della sua vocazione Cecilia incontrerà per la prima volta a Nepi Padre Gabriele Roschini che sarà la sua grande guida spirituale, l’amico di Gesù Sposo, che preparerà la sua sposa, Cecilia, all’incontro delle nozze eterne.
Si conclude la “carriera vocazionale umana” di Cecilia ma non si spegne la vocazione-dialogo d’amore tra Gesù e la sua sposa, anzi i fatti della vita di Cecilia non sono estranei agli avvenimenti evangelici, come abbiamo visto, anzi ne tratteggiano una comunione sempre più intensa: “fui felice di una felicità che non conosce tramonto poiché né le avversità né la morte potrà rapirmi; è la felicità della croce la felicità della perfetta rassegnazione alla volontà di Dio” (31).
Ma la comunione mistica con lo Sposo ha bisogno della comunione sacramentale: l’incontro col Padre Roschini sarà l’occasione attraverso la quale Cecilia potrà ricevere due volte alla settimana l’Eucarestia e tutta la settimana sarà preparazione a questo incontro sacramentale e ringraziamento per l’incontro avvenuto. Ma in ogni incontro l’amore chiede altro amore: “io mi sono offerta a Lui con dedizione ed Egli a me con dedizione. Però la mia dedizione non era completa i miei tre voti erano ancora temporanei ed io chiesi a lei di farli perpetui e lei volentieri acconsentì” (32).
(26) Ivi, 64.
(27) Ivi, 55.
(28) Ivi, 63-64.
(29) Ivi, 62.
(30) Ibidem.
(31) Ivi, 64-65.
(32) Ivi, 66.
1.3 “Vorrei attraversare tutta la terra per dire a tutti le misericordie di Gesù” (33).
Sono le ultime parole che Cecilia scrive in Storia di un Pagliaccio e sembrano il progetto pastorale di un missionario, le aspirazioni di un giovane convinto della sua decisione e che, pieno di entusiasmo, si sta preparando alle sue prime esperienze di apostolato. Invece, sono le parole di una giovane di sedici anni che sta ritornando a casa dopo aver provato a realizzare una vocazione di consacrazione, di donazione agli altri e a Dio. Torna a casa perché costretta da una malattia che sarà irreversibile e la porterà alla morte. Ma queste non sono parole di sconfitta ma parole di un progetto d’amore e di vita donata che ripeterà nel Diario. Con il ritorno a Nepi finisce la Storia di un Pagliaccio e inizia il Diario.
Cecilia nello scrivere non dà alcuna importanza al passaggio suindicato ma procede in continuità da uno scritto a un altro, ma per noi, che rileggiamo criticamente i suoi scritti, penso che voglia indicare un cambio di prospettiva interessante. Da Storia di un Pagliaccio al Diario c’è un cambio di vita. Cecilia smette di fare il Pagliaccio e comincia a combattere giorno per giorno per proseguire nel suo cammino di Fede. Finisce una fase giocosa e felice della sua adesione al Signore, non certo meno importante della seconda, e inizia una fase più combattuta, in cui Cecilia dovrà imparare a fare i conti con se stessa, con i suoi slanci e coi suoi alti desideri ma anche con le sue crisi, con i suoi dubbi e con le sue “nebbie”. Finisce la crescita e i grandi spostamenti: Monte Romano – Nepi – Pistoia – Zara – Pistoia – Nepi. E inizia una fase più stanziale: La Massa – Chiesa del SS. Sacramento Nepi e poco altro. Si restringe il campo di azione ma non di certo le prospettive del cuore e della sua vocazione che rimangono sempre alte. Cecilia smette di fare la ragazza che diventa Pagliaccio per il suo Sposo e comincia a diventare Donna in pienezza.
Se c’è una discontinuità tra le due parti dei suoi scritti, c’è però una continuità nelle tematiche che riguardano la sua vocazione. Idee chiare fin da subito “o vera monaca, o niente” (34), con grandi prospettive “vorrei essere apostola, martire, sacerdote mentre invece non sono che un debolissimo fiore” (35) e con motivazioni frutto di preghiera e di riflessione per la sua missione: “l’amore non è amato perché non è conosciuto” (36).
Nel Diario c’è continuità di chiarezza a riguardo della sua vocazione, rafforzata anche dai tre anni in cui ha potuto conoscere persone esemplari nel loro stile di vita di consacrate e altre che invece l’hanno delusa, per cui “o santa suora, o niente” (37) ; “desidero farmi suora, e vera suora e non mascherarmi, mi sembrano donne mascherate da suore, quelle, così leggere, capricciose, vanitose, superbe che non sai come trattarle” (38). La bambina che voleva mascherarsi da pagliaccio per seguire il suo Dio, perché tale si considerava al cospetto di grandi modelli di consacrati, ora ha raggiunto la maturità per giudicare una maschera, la vita di colei che, intrapresa la vita di consacrazione, perde il suo tempo in cose superficiali, secondarie e di poco conto!
Ma la spietata cronaca che ha potuto conoscere in alcune religiose incontrate, non abbassa minimamente il livello alto delle aspirazioni della sua vocazione: “desidero far conoscere Gesù a tutti gli uomini” (39) ; “ho una gran voglia di attraversare tutta la terra, per costringere tutti ad amare Gesù, di battermi con quelli che non lo vogliono amare e perseguitano quelli che lo amano” (40); “vorrei… tanto tanto… tutto quello che hanno fatto i santi tutti e quello che faranno fino alla fine del mondo, vorrei averlo fatto io, l’offro a Gesù come se lo avessi fatto io” (41).
I suoi desideri e le sue aspirazioni sono cresciute proporzionalmente alla crescita del cuore di questa ragazza, fino al punto da volere tutto. Quest’ultimo testo ci presenta una Cecilia donna innamorata che non riesce più a tenere il suo cuore, che sta tracimando, e le parole non bastano più. Cecilia deve usare puntini di sospensione “vorrei… tanto tanto…”, perché le parole non bastano più e questa licenza poetica rende giustizia alla pienezza del suo cuore.
(33) Ivi, 66.
(34) Ivi, 32-33.
(35) Ivi, 67.
(36) Ivi, 66.
(37) Ivi, 312.
(38) Ivi, 313.
(39) Ivi, 142-143.
(40) Ivi, 332.
(41) Ivi, 323.