Presentiamo qui la terza parte del lavoro di Don Augusto Mascagna, dal titolo “La mia passione è cantare l’Amore – Itinerario spirituale di Cecilia Eusepi”. Oggi continueremo a parlare della vita di Cecilia e del suo cammino spirituale. Trovate la prima e la seconda parte parte del testo in Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 1) e Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 2) .
1.4 – La vita di Cecilia, un’esistenza teologica.
Rileggere gli scritti di Cecilia a partire dal tema della vocazione cristiana ci ha dato la possibilità di sottolineare alcuni aspetti.
Cecilia raccontando di sé mostra che da sempre Dio l’ha chiamata ad una vita donata. “Fin dal grembo materno” dice il profeta Geremia 1,5 e Cecilia traduce questa espressione raccontando che, nei suoi primi ricordi, c’è il desiderio di “farmi monaca e siccome ero precipitosa in tutto, anche in questo avrei voluto subito veder appagato il mio desiderio (…); la mia era vera vocazione” (42).
La presa di coscienza della propria vita non è momento altro rispetto al manifestare la sua vocazione di donazione totale a Dio. Invece, in molte storie di vocazione, c’è un prima e un dopo, rispetto al giorno X, rispetto alla luce sulla “strada di Damasco”, momento dal quale poi tutta la propria vita acquista un significato diverso da quello di prima.
La “strada di Damasco” per Cecilia corrisponde al suo prendere coscienza della sua vita e la realizzazione di essa è possibile solo in un dono totale. Non ci sono due Cecilie, ma da sempre Cecilia si sente chiamata ad una speciale vocazione. Vocazione-presa di coscienza e missione coincidono. Proprio per questo l’avventura della vocazione di Cecilia può essere compresa come esistenza teologica, concetto caro ad H. U. von Balthasar che nel suo Sorelle nello Spirito. Teresa di Lisieux ed Elisabetta di Digione (43) rilegge la vita di S. Teresa di Lisieux, che sarà maestra di Cecilia, attraverso la lettura di “Storia di un’Anima”, attraverso questo concetto: “similmente Teresa mentre s’impegna con passione al capolavoro della sua vita, non pensa minimamente al suo Io. Nella sua missione Io è ormai da molto tempo sepolto, è solo ancora uno strumento ignoto a sé stessa, perché tutta la sua coscienza è incentrata ormai sulla sua missione che consiste nel realizzare la parola dell’amore nella sua vita” (44): In un’esistenza teologica non c’è più una vocazione distante dalla realizzazione di sé nella missione, ma c’è piena unificazione, piena sovrapposizione fra i due piani che nella storia di molti “chiamati” vengono vissuti come due tempi conseguenti.
Altro rilievo interessante è che, nella storia vocazionale di molti, inevitabilmente si legge la propria vita in maniera “carrieristica”. Dalla “luce di Damasco” inizia una formazione per una missione che assomiglia sempre più ad una scalata, da responsabilità più piccole a responsabilità più grandi. La disavventura della vita di Cecilia la porterà invece a non realizzare umanamente nessuna responsabilità iniziata. Non conclude una formazione spirituale comunitaria, non conclude una formazione culturale e non occuperà nessun impegno di responsabilità. Cecilia ritorna al luogo di partenza ma la sua vocazione sarà pienamente compiuta nel dono di sé allo Sposo. La sua vocazione non è il racconto di un avvenimento successo nel passato ma la sua vocazione si coniuga al presente nella sua missione che è dono di sé al Signore.
Cecilia non ritorna a casa frustrata da un’aspirazione irrealizzata, ma con un desiderio grande di crescere, nonostante e attraverso la sua malattia, con un desiderio di imparare ad amare, nonostante e attraverso la sua malattia, e col desiderio di mettersi al servizio della Chiesa, nonostante e attraverso la sua malattia.
Ciò che Cecilia non avrà imparato da un cammino di probandato/noviziato e di formazione religiosa, lo imparerà attraverso la sua esperienza di malattia, attraverso il libro della S. Scrittura e particolarmente del Cantico dei Cantici (punto 2) dove ritroverà quelle aspirazioni che aveva già vissuto in parte e che, il testo sacro rivelerà profondamente. Inoltre il libro della natura (punto 3) e l’esperienza del perdono ai nemici in un caso particolare (punto 4) saranno un ulteriore occasione di vivere in pienezza la sua vocazione.
(41) Ivi, 323.
(42) Ivi, 12-13.
(43) H. U. VON BALTHASAR, Sorelle nello Spirito. Teresa di Lisieux ed Elisabetta di Digione, (tr., it., di Giorgio Mion), Jaca Book, Milano 19913.
(44) Ivi, 52.
2. “Come è bella la parola di Dio!”. L’uso della sacra scrittura nell’itinerario spirituale di Cecilia Eusepi.
Una delle cose che mi ha più appassionato nella lettura degli scritti della Beata Cecilia Eusepi è stato cercare di scoprire quali sono le fonti di formazione di una ragazza che, evidenzia un cammino di Fede solidissimo e, soprattutto, cercare di capire qual è stato il posto della Parola di Dio nella sua crescita di fede.
Le fonti a cui si abbevera copiosamente sono lo spirito di fede del popolo di Dio con tutte le tradizioni religiose, l’incontro con il Signore a cui è giunta attraverso la sua educazione, i sacramenti della Confessione e dell’Eucarestia e la lettura della vita dei Santi. Invece bisogna procedere alquanto, nei suoi scritti, prima di trovare riferimenti e soprattutto citazioni bibliche. Nei suoi scritti si sente che Cecilia fa tesoro delle prediche ascoltate in chiesa, negli incontri spirituali dei vari gruppi a cui parteciperà e dei Vangeli ascoltati durante le celebrazioni liturgiche, o dei fatti evangelici raccontati.
Sono molteplici i riferimenti a fatti scritturistici, località bibliche o frasi celebri del Vangelo che Cecilia utilizza per raccontare le sue giornate e spiegare i suoi sentimenti di preghiera. Per esempio per esprimere la sua comunione di vita e di affetti con Cristo utilizzerà molto spesso Galati 2,20 “non vivo più io ma Cristo vive in me” (45) , usando anche le stesse parole senza citare la lettera paolina. Come anche il riferimento all’Ultima Cena per raccontare il fascino che Cristo opera sulle anime (46), o il tradimento di Giuda non come capo di accusa contro l’apostolo traditore, ma l’offerta libera dell’amore di Cristo (47), o il gesto affettuoso del discepolo che Gesù amava di porre il suo capo sul petto di Gesù (48). Altre volte, Cecilia, invece, di riferire il fatto evangelico riporta soltanto la località per ricordare le parole di Gesù: l’orto degli ulivi (49), Betania luogo dell’amicizia (50), Nazareth luogo del silenzio e della semplicità (51), Gerusalemme (52), il Tabor e il Calvario (53). Ancora, altre volte Cecilia riporta in maniera libera o parafrasando alcuni detti di Gesù o alcuni personaggi dell’Antico Testamento: i tre giovani nella fornace (54), Lazzaro e le lacrime di Gesù (55), la domanda del vangelo di Giovanni 21,15: “Mi ami tu?” (56), le parole del giudizio finale di Matteo 25,40 (57), il perdono di Gesù agli amici usato nel “fattaccio” di Malanno (58) (a cui faremo riferimento al punto 4) e soprattutto una frase evangelica molto particolare, vera crux interpretorum Matteo 11,27: “il Regno dei Cieli soffre violenza” (59), che Cecilia utilizza come invito a combattere la sua superbia e tutte le avversità della vita che si frappongono al suo cammino di fede.
(45) Ivi, 125-126;136-137; 243.
(46) Ivi, 299-300.
(47) Ivi, 170-171.
(48) Ivi, 502-503.
(49) Ivi, 155-156.
(50) Ivi, 344-345; 436-437.
(51) Ivi, 375-376.
(52) Ivi, 437.
(53) Ivi, 449.
(54) Ivi, 68;169-170.
(55) Ivi, 342.
(56) Ivi, 348.
(57) Ivi, 378.
(58) Ivi, 459.
(59) Ivi, 163.
Per trovare vere e proprie citazioni bibliche dobbiamo attendere il 25 Novembre 1927 quando nel Diario Cecilia chiederà al padre Gabriele Roschini il permesso di leggere la Sacra Cantica (il Cantico dei Cantici) e dopo una settimana Cecilia comincerà a tessere le lodi di questo libro e di tutta la Parola di Dio, anzi, da qui fino alla fine dei suoi scritti, tutta la Bibbia e, soprattutto il Cantico dei Cantici e il libro dei Salmi, saranno la grammatica essenziale che Cecilia utilizzerà per capire quello che succede nel suo cuore e per esprimerlo nel suo Diario.
Il Cantico dei Cantici darà parole nuove al suo cammino di fede e alle sue esperienze e soprattutto sarà lo scritto da cui Cecilia comprenderà ancora meglio la sua missione: diventare la Sposa del Re, il suo Signore (60).
Nella sua preghiera saranno continui i riferimenti al Cantico dei Cantici; le mancava la confidenza estrema di chiedere a Gesù “che mi baci col bacio della sua bocca, ossia mi unisca a sé e mi stringa fortemente a Lui col suo Amore e per tutta l’eternità in Paradiso” (61). “I profumi di Gesù non si possono intendere anche gli esempi e gli insegnamenti che Egli ci ha dato durante la sua vita mortale?” (62). “Belle sono le tue guance come di tortorella. Mi sembra che queste parole a me le ripeta Gesù” (63). Così si sente interpellata dalla Parola di Dio rivolta a lei personalmente, qualche volta “non mi piaceva, diventavo anche rossa, mi calmavo però pensando che è lo Spirito Santo che parla così e che il significato è tanto bello” (64). Qualche volta non capisce il significato di queste parole, talvolta audaci, ma la crescita spirituale che la lettura di questo testo produce in Cecilia è innegabile, anzi è lei stessa che spiega il senso di questa operazione: “queste parole io (ed anche come dicono le note) le metto in bocca all’anima, la quale comprende la verità” (65).
Cecilia attraverso la lettura del Cantico dei Cantici scopre la sua identità vocazionale: essere la Sposa. Inoltre le viene offerta la possibilità di verificare la sua missione e soprattutto di avere rassicurazione sulla sua scelta contro ogni dubbio e tentazione: “le molte acque non possono estinguere la carità né le fiumane la soverchieranno, quando un uomo desse per dilezione tutte le sostanze della sua casa, le disprezzerebbe come niente. L’amore è forte, per le acque (applicando a me) io intendo la nebbia e le tentazioni del diavolo, ebbene queste acque non estingueranno l’amore per Gesù, in quel momento quelle parole mi sono scese nel cuore come una profezia (…) Gesù era lì in quel momento e parlava al mio cuore” (66).
Se il Cantico dei Cantici offre a Cecilia una nuova grammatica per capire chi è, qual è la sua vocazione e avere parole nuove per parlare con Dio, la lettura dei Salmi, a lei molto gradita, le offrirà di trovare “versetti che fanno proprio per me” (67) e “ciò che Gesù ha fatto e farà all’anima mia” (68). Infatti i grandi benefici in grazie che Cecilia ha ricevuto dalla misericordia di Dio le danno una sicurezza e una nuova maturità: “Gesù ha dato all’anima mia tanta fortezza Salmo 17,32” (69); “quand’anche camminassi in mezzo all’ombra di morte non temerò disastri perché meco sei tu o Gesù Salmo 22,4” (70). “Io so che tu non mi abbandoni se io non ti abbandono, ma questo voglio che non avvenga mai, sento che posso ripetere con Davide sia sopra di me, o Signore, la tua misericordia, conforme in te io ho sperato Salmo 32,22” (71).
Salmo molto caro a Cecilia, che userà per tre volte, è lo splendido Salmo 42 col paragone della sete della cerva, immagine della nostalgia di Dio che ogni anima sente “mi rimase così impresso, non ricordo se lo seguii col pensiero, forse no, ma so che l’ho sempre ripetuto, adesso poi lo dico con tutto lo slancio del cuore, sempre, ma specialmente nelle vigilie della comunione. Si l’anima mia è assetata di Dio” (72).
Le parole della Sacra Scrittura ormai sono state così ripetute, riflettute e approfondite nel significato che la penultima pagina dei suoi scritti si chiude col salmo 8: “ieri sera prima di andare a letto mi sono fermata alla finestra a contemplare le stelle e non volendo ho recitato il Salmo VIII ossia – Domine Deus noster – sono stata rapita a tanta bellezza” (73).
(60) Ivi, 375.
(61) Ivi, 250-251.
(62) Ivi, 437-438.
(63) Ivi, 252-253.
(64) Ibidem.
(65) Ivi, 255.
(66) Ivi, 298-299.
(67) Ivi, 307-308.
(68) Ivi, 273-274.
(69) Ibidem.
(70) Ivi, 276.
(71) Ivi, 318.
(72) Ivi, 344.
(73) Ivi, 506.