Vai al contenuto

Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 5)

Pubblichiamo la quinta parte de “La mia passione è cantare l’Amore – Itinerario spirituale di Cecilia Eusepi” curata da Don Augusto Mascagna. Oggi vedremo quello che è lo sguardo contemplativo di Cecilia sulla natura e sulla sua bellezza.
Trovate la prima, la seconda, la terza e la quarta parte del testo in Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 1), Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 2), Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 3) e Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 4).

3. “Le bellezze della natura mi attraevano, m’incantavano”. L’itinerario spirituale di Cecilia: dalla creazione al creatore

Un elemento di continuità nella vita di Cecilia è il suo sguardo contemplativo sulla natura, sulle bellezze dei fiori sul canto degli uccelli e sull’immensità del cielo.
Abitando un territorio baciato da bellezze naturali uniche, la campagna romana a nord di Roma tra vallate e colline verdissime, immerse in un paesaggio rurale particolare, incastonato tra il sorgere del sole alle spalle del monte Soratte e il suo tramonto sui monti Cimini, da subito si specchia nella natura tanto da leggere la propria esperienza di fede con caratteristiche proprie della natura. I passaggi fondamentali della sua vita hanno avuto negli elementi della natura un evidente analogato fondamentale. Cecilia si definisce “piccolo debolissimo fiorellino” (77) tra questa natura che è il mondo. La sua vocazione trae ispirazione da “un usignolo nascosto tra i rami del lauro che ha principiato a gorgheggiare magnificamente: ecco ciò che anch’io devo fare: nascosta agli occhi del mondo, ignota a tutti, devo continuamente amare, amare Gesù per le anime che non lo amano” (78). Il suo stile di vita è quello di “leggere nella natura” (79); la natura come libro è argomento molto comune nella vita di tanti contemplativi da San Francesco d’Assisi a Lord Baden Powell.

(77) H. U. VON BALTHASAR, Sorelle nello Spirito. Teresa di Lisieux ed Elisabetta di Digione, (tr., it., di Giorgio Mion), Jaca Book, Milano 19913, 7.
(78) Ivi, 201-202.

3.1 – Il suo ideale di vita spirituale.

La natura, e soprattutto i fiori, entreranno a far parte della sua vita perché amati particolarmente da Cecilia “a me piacciono tanto i fiori” (80). Cecilia stessa si autodefinisce “una piccolissima anima e quindi una semplice pratolina, candida” (81) e quando deve esprimere l’ideale della sua vocazione cui tendere continuamente, più di una volta pensa sempre ad un esempio floreale “sfogliarmi come un fiore ai piedi di Gesù” (82), “sfogliarmi ai suoi piedi” (83).
L’inizio della sua malattia e della sua sofferenza sarà sempre più paragonata ad elementi della natura “sapevo che i fiori della nostra sofferenza Gesù li vuole freschi e non fiutati da alcuno ed io glieli offrivo a Gesù i miei fiori imperlati dalla rugiada delle mie lacrime silenziose” (84); “sono contenta di sfogliarmi così dolorosamente, i miei petali si staccano con dolore e più sono profumati d’amore” (85).
E ancor più, il Paradiso di Cecilia, imitando le parole della sua sorellina Santa Teresa di Gesù Bambino, sarà non una passività ma uno spendersi nella preghiera e nell’amore per la terra: “desidero morire per andare da Gesù, per consumarmi nella fornace ardente del suo cuore e per buttare una gran pioggia di gigli sulla terra così piena di fango” (86).
La compenetrazione con questo linguaggio floreale e naturistico raggiunge sicuramente un livello così alto che Cecilia dice “veramente mi sembra di essere una Regina, l’immensa pianura, i monti, gli alberi e tutta la natura che si presenta al mio sguardo, mi sembra che faccia festa alla mia grandezza e che gli angeli veglino continuamente su me, loro sorellina e Regina, perché sposa del loro Re” (87). Ormai è così inserita in questa vocazione, diventata la sua missione, che la sente veramente come la sua vita. Non è più la bambina entrata in punta di piedi in questo mondo religioso, attratta da un ideale, ma è diventata la donna matura che intrapresa la sua strada, non torna indietro anche quando la malattia la fa recedere da una realizzazione di uno stato di vita. Supera queste avversità e continua a camminare nella sua vocazione verso una relazione profonda e autentica col suo Signore – Sposo – Re che veramente le dà l’orgoglio di sentirsi Regina.

(79) Ivi, 77-78.
(80) Ivi, 205.
(81) Ivi, 462.
(82) Ivi, 66-67.
(83) Ivi, 386-411.
(84) Ivi, 63.
(85) Ivi, 421.
(86) Ivi, 92.
(87) Ivi, 206.


3.1.1 – Il “piccolo debolissimo fiorellino”, il Pagliaccio è diventata Regina!

Dio non scherza e quando chiama a fare una storia, si propone sempre come Colui che è capace di ribaltare le sorti dell’uomo; è Colui che viene cantato nel Magnificat che snuda il suo santo braccio a favore degli ultimi e mette i poveri al posto dei ricchi, gli umili li pone in alto.

3.1.2 – Gli elementi della natura simbolo.

La quantità degli elementi naturali negli scritti di Cecilia è grandioso e l’uso che ne fa è veramente particolare.
Oltre ad una attitudine naturale subito dimostra uno sguardo contemplativo che le consente di andare oltre il simbolo della natura per giungere al Creatore. Cecilia vede tante cose e le registra non solo col suo sguardo ma le filtra coi suoi sentimenti, con la sua fede e col simbolismo tradizionale della natura. E allora la bellezza del sole e delle stelle le ricordano l’ordine della creazione di Dio, il canto degli uccelli è il simbolo della preghiera, i fiori rappresentano la sua vocazione e le virtù cristiane e inoltre la nebbia rappresenta le crisi di fede che piombano sull’anima. La ricchezza di questo linguaggio è tale che nelle cose più semplici e più scontate vengono percepiti come simboli di una realtà altra che trova il suo riflesso nella creazione.
Dal momento che il suo mondo a causa della sua malattia si è ristretto a Nepi, e poi in seguito alla sua casa a La Massa, e infine sempre di più, alla sua camera, allora Cecilia deve usare il desiderio per volare e arrivare sino a Dio e deve utilizzare il suo sguardo, che dalla sua finestra filtra questi elementi della natura. Cecilia non impone il significato alle cose della natura ma attraverso l’osservazione va in profondità e, aiutata dal suo spirito di preghiera e dal ricordo dei brani della Sacra Scrittura, soprattutto il Cantico dei Cantici, giunge ad una contemplazione di Dio stesso, della sua vocazione e dei suoi affetti verso lo Sposo.
Cecilia ama la natura solo in quanto la può ricondurre alla bellezza del Creatore; nelle cose della terra vi legge una continuità per esprimere le cose di Dio. Il linguaggio è lo stesso e la natura diventa simbolo del Creatore. Ma la natura nello stesso tempo è impotente ad esprimere tutto Dio, mi aiuta, mi dà le parole giuste ma nello stesso tempo è sempre limitata alla terra mentre io “sono rimasta rapita a tanta bellezza (il cielo stellato), non so proprio quello che ho provato, il pensiero che presto poi andrò al di là di quel bel cielo azzurro mi faceva trasalire di gioia” (88).
Nessuna cosa bella neanche del creato può esprimere il fascino del più bello tra i figli dell’uomo “dall’umanità di Gesù usciva un odore molto grato e i bambini perché innocenti lo sentivano e attirati da questo profumo le stavano vicini e Gesù godeva nel trovarsi fra le anime innocenti. Io non sento questo odore ma sento una forte attrazione verso Gesù, anch’io sono piccola” (89).

(88) Ivi, 506.
(89) Ivi, 327.