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Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 6)

Pubblichiamo la sesta e ultima parte de “La mia passione è cantare l’Amore – Itinerario spirituale di Cecilia Eusepi” curata da Don Augusto Mascagna. In questa ultima parte vedremo l’esperienza del perdono fatta dalla Beata Cecilia Eusepi.
Trovate la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta parte del testo in Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 1), Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 2), Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 3), Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 4) e Cecilia Eusepi l’itinerario spirituale (parte 5).

4. L’esperienza del perdono ai nemici

La storia, pur breve, di Cecilia non la esonera dal vivere una situazione a dir poco incresciosa. In una Nepi del 1920, piccola, marginale e con poca cultura non poteva passare in secondo piano quello che si stava vivendo da alcuni anni. Cecilia, “mancata” suora, prima ritorna a Nepi e viene accolta con molta pietà per la sua grave malattia, poi la sua casa diviene meta di pellegrinaggi di parenti, amici, frati e suore che accorrevano per chiedere e offrire preghiere. All’inizio questo fatto fu accettato, ma pian piano sorse un certo malcontento da parte di alcuni che insinuavano giudizi malevoli sulla retta spiritualità di Cecilia, fino, addirittura, a considerarla “maga”, termine eufemistico che sottintende più esattamente l’essere ritenuta “strega”, perché otteneva delle grazie a coloro che ricorrevano a lei. La risposta di Cecilia da subito furono preghiere: “Questa mattina ho detto a Gesù che benedica e conceda tutte le grazie che desiderano a quelli che mi vogliono male e pensano e dicono male di me”(90).
Ma questi giudizi crebbero a tal punto che alcune persone, tra cui colui che Cecilia non nominerà mai col suo nome ma col soprannome di Malanno (nota: soprannome di un certo Angelini, guardia campestre del Comune, membro dell’Opera Nazionale Combattenti) e altre persone di Nepi fecero nascere e divulgare un’azione calunniosa contro Cecilia, suo zio Filippo e il cugino Vittorio. Si diceva che Filippo, lo zio di Cecilia, dilapidava il patrimonio della fattoria La Massa, in cui abitava la sua famiglia con Cecilia e sua madre, per far divertire Vittorio, figlio di Filippo, e per curare Cecilia. Tutto questo scandalo era promosso dall’Opera Combattenti, che voleva rilevare in affitto la Massa. L’azione durò abbastanza a lungo, come risulterà dalle note del diario, e fu causa di molta sofferenza, ma affrontata da tutti con molta fortezza cristiana.
Cecilia fu molto scossa e questo fatto le procurò molta sofferenza e lacrime, ma fu un’occasione di rivivere non solo spiritualmente l’imitazione della vita di Cristo, che subì tanto odio ma rispose sempre con amore e offrendo la possibilità del perdono. Sembra proprio inscritto nella storia umana, nelle vicende del mondo: in un mondo ingiusto, il giusto può solo ricevere rifiuto, persecuzione e persino la morte. Così anche Cecilia sperimenterà questo rifiuto da parte di alcuni suoi concittadini.

(90) H. U. VON BALTHASAR, Sorelle nello Spirito. Teresa di Lisieux ed Elisabetta di Digione, (tr., it., di Giorgio Mion), Jaca Book, Milano 19913, 250.

Questo avvenimento doloroso sarà una notevole maturazione umana nella vita di Cecilia, nonché un legame ancora più intenso col suo Dio. Se Cecilia vuole compiere la sua missione in parole e opere secondo la volontà del Padre suo, se resta coerente con ciò che ha accolto come vocazione e inseguito nella sua vita, deve compiere la sua missione anche affrontando l’odio e il rifiuto e così vivere la verità del Vangelo. “Quanto soffro nel vedere la cattiveria di Malanno, soffro perché vedo il gran male che fa all’anima sua, l’amo tanto quell’anima, ed ogni volta che faccio la S. Comunione non lo dimentico mai a Gesù, gli dico che lo benedica, gli faccia conoscere il male che fa e lo faccia pentire” (91). “Dobbiamo perdonare i nemici non solo, ma ripagare il male che ci fanno col bene, io non conosco nessuno di questi miei nemici, forse non ne avrò perché i piccoli non possono avere nemici, ma di quelli che disapprovano la mia condotta, la deridono e pensano forse male di me, ci saranno, ebbene, io prego per questi” (92).
Purtroppo questo clima avverso alla famiglia di Cecilia crebbe fino al punto che arrivò la brutta notizia: La fattoria La Massa era stata affittata all’Opera combattenti e quindi tutti coloro che vi erano residenti, avrebbero dovuto andarsene.”È stata proprio una grazia di Gesù che, quando Vittorio è venuto a darmi la brutta notizia ci si sia trovato il Padre (il suo direttore spirituale Padre Gabriele Roschini). Non so quel che ho provato in quel momento, il cuore, non so se batteva forte forte o non batteva più, adesso mi sento come schiacciata da un peso, non trovo sollievo che pensando che il buon Dio sa tutto, e questa vita presto passerà. Non sono gli uomini, ma il buon Dio che si serve di questi per farci soffrire, credo ci faccia soffrire perché ci ami e non per castigo. Perdono con tutto il cuore ai miei nemici, e non chiedo altra vendetta che questa; il Signore li perdoni come io li perdono e li converta. Soffro immensamente, non perché tema che il Signore ci abbandoni, no, se anche dovessi andare a chiedere l’elemosina, non me ne importerebbe, però mi dispiacerebbe immensamente se con me vedessi soffrire zio e mamma”(93). Il perdono si accompagna all’offerta di sé: “Gesù vuoi anche questo sacrifizio?…E’ tutto poco per te, soffro immensamente, ma non mi pento d’essermi data tutta a te. Ti ringrazio che mi hai accettato per tua piccola vittima e che mi fai appartenere all’opera della redenzione…..Mi offro vittima specialmente per riparare le offese che ti recano i miei nemici e per la loro salvezza, non ti chiedo vendetta per loro, che tu li salvi”(94). Spiritualmente vivrà tutto questo come occasione per rivivere sulla sua pelle la Passione di Cristo e per offrire il perdono allo stesso Malanno e ai suoi parenti che andranno a visitarla (95 Nota: cfr. diario dll’8 – 2 – 1928 e altri). Merita invece di essere letta – anche perché non ancora pubblicata – la lettera che Cecilia invierà alla proprietaria de La Massa, la duchessa Maria Grazioli Lante della Rovere. Cecilia non è più la bambina che ha lasciato Nepi per seguire la sua vocazione, e non è neanche la ragazza malata che cerca di trovare conforto nella fede. In questa lunga lettera, scritta ad una duchessa, Cecilia si rivela rispettosissima ma anche prontissima a difendere la sua famiglia da queste false accuse. Cecilia è diventata donna, è diventata madre che difende i suoi e si mostra orgogliosa della propria vita e della sua scelta di fede.

(91) Ivi, 336.
(92) Ivi, 315.
(93) Ivi, 397.
(94) ivi, 405.
(95) cfr. Diario dll’8.2.1928 e altri



È uno dei più sacri doveri che mi spinge, anzi mi fa ardita a prendere la penna in mano, per smentire presso Vostra Eccellenza, le calunnie che alcuni malvagi hanno osato spargere per screditare verso Vostra Eccellenza, il mio ottimo zio e cugino.
Anche di me so che hanno sparlato, ma io taccio perché hanno detto delle cose che Vostra Eccellenza, essendo religiosa, certamente non potrà credere giammai. Non mi meravigliano queste calunnie, perché so che sono quaggiù il premio della bontà, ossia la verificazione della bontà, ma mi meraviglierei grandemente se Vostra Eccellenza le credesse.
Voglio credere che non siano state le anonime calunniatrici che abbiano indotto Vostra Eccellenza a dividere me e mio cugino dallo zio, perché certamente, come ha promesso a zio, non darà orecchio a queste lettere, e caso mai le venisse qualche dubbio, il mio buon senso e la giustizia mi assicurano che, prima di venire a qualche decisione, cercherebbe di verificare. (….)
Tutta Nepi può attestare la vita che facciamo noi. Io, come sa, a tredici anni entrai presso le Suore Mantellate per farmi suora, ma per sole ragioni di salute, nell’ottobre 1926 dovetti ritornare presso lo zio. A ottobre sono due anni che mi trovo qui, sempre malata, soltanto l’anno scorso, nell’estate, per un breve periodo sono stata bene, e perciò ogni domenica mattina mi recavo alla S. Messa, ma adesso è quasi un anno che non mi muovo più dalla Tenuta. Certamente sarei morta di dolore se un buon Padre Servita, ossia lo stesso Padre Priore, non si fosse preso l’incarico, senza alcun interesse, ma anzi con molto disagio per la cattiva strada dei Cavoni, per puro amore di Dio, di portarmi la S. Comunione due volte la settimana. Cosa vuole, amo tanto Gesù, del resto siamo tutti obbligati ad amarlo, non c’è per me dolore maggiore di quello di togliermi la S. Comunione.
(….)
Non mi dilungo più in dimostrare la falsità di queste calunnie, perchè sono più che sicura che Lei non le presta fede, e caso mai le sorgesse qualche dubbio, ripeto Lei cercherebbe di verificare, altrimenti sa bene che andrebbe contro la giustizia.
Ho il dubbio che, nella sua decisione, vi abbiano parte le anonime, perché certamente Vostra Eccellenza, così buona, non avrebbe mai dato a zio questo ordine così doloroso di separarsi dai figli, e condannarlo a vivere solo, con mamma vecchia poco meno di lui, in questo luogo solitario, dopo tutta la fedeltà e l’attaccamento che ha avuto per Sua Eccellenza. Ho detto che siamo figli di zio perché, come Lei ben sa, ci ha preso col suo ordine da piccoli. Io posso proprio chiamarlo padre, poiché mio papà, morì che io avevo un mese e quindici giorni, sul letto di morte fece chiamare zio e a lui mi affidò. Zio ha mantenuto, a costo di sacrifizi il giuramento fatto ad un moribondo, e adesso in queste condizioni in cui mi trovo, forse vicina alla morte, come potrebbe scacciarmi da lui? Non è forse crudeltà dividermi da mamma, proprio in questo momento in cui mi sono indispensabili le sue cure?(…)
Forse ho ardito troppo, ma zio me la descrive tanto buona e quindi non ho avuto timore a dirle quel che sento. Un ultimo favore e poi basta, zio è attaccatissimo a Sua Eccellenza e alla tenuta, certamente è doloroso per lui lasciarla, la prego quindi per mezzo di una lettera a consigliarlo di ritirarsi portandogli le stesse ragioni che ho portato io a Sua Eccellenza, con calma, però, perché povero zio, vedesse come è ridotto in seguito a questi dispiaceri, temo immensamente per la sua salute.
Questi favori glieli chiedo per carità, per amor di Dio, per il suo figlio che ha dato il sangue per la difesa della patria, e quindi anche per noi, anch’io ho un fratello morto in guerra, se viveva certamente non avrei fatto a Sua Eccellenza questa lettera.
La ringrazio anticipatamente, pregherò per lei affinché Gesù le conceda mille anni di vita ricolmi di felicità vera, e dal Paradiso dove forse presto andrò, la ricompenserò pienamente di tutto. Perdoni l’ardire che mi sono presa, e si degni gradire l’omaggio della mia devozione. Devotissima, Cecilia Eusepi

5. Conclusioni

Questo lavoro vuole essere solo l’inizio di un itinerario che personalmente e, come Diocesi, stiamo percorrendo. Innanzitutto abbiamo messo a fuoco alcuni temi spirituali maggiori della Beata Cecilia Eusepi. Il cammino è ancora lungo e sicuramente, leggendo e rileggendo Storia di un Pagliaccio, il Diario e gli altri scritti (lettere, composizione e poesie ancora non pubblicati), si avrà la possibilità di approfondire la spiritualità della nostra Beata.
Il presente lavoro vuole rendere onore ad una grande personalità cresciuta nella nostra terra e che porta nella sua esperienza spirituale alcune caratteristiche di un cristianesimo entusiasta, affascinate e moderno che, però, parla la nostra lingua, cioè quella di una provincia contadina e semplice della provincia di Roma. Questo primo lavoro vuole innanzitutto contrastare un’affrettata riduzione semplicistica ed elementare della personalità della Beata Cecilia Eusepi che nei suoi scritti presenta, invece, una crescita spirituale veramente originale. La Cecilia della “pallina di Dio”, è diventata la Sposa del Re Signore; la Cecilia “sempliciona” i cui scritti risultano molto pesanti perché passa da un pensiero all’altro, attraverso molti errori ortografici, è la lettrice che, dopo la lettura delle vite dei Santi, sarà guidata alla ricerca della ricchezza del Cantico dei Cantici e della Bibbia. La piccola bambina, intenta ai suoi giochi, diventerà una grande donna attraverso la prova della malattia, senza perdere l’entusiasmo di avere incontrato il Signore. La ragazza, innamorata del creato, saprà scovare, trasfigurata, la presenza di Dio e dire con Pietro “è bello per noi stare qui” (Mt 17,4). E ancora: la bambina innamorata dell’Addolorata, diventerà madre per tante persone che la avvicineranno, e i suoi scritti ancora oggi possono risultare guida idonea per l’incontro con Dio. Si può valutare questa crescita se si ha la volontà di non fermarsi a Storia di un Pagliaccio, primo tempo di un itinerario, ma si ha il coraggio di continuare a cercare, tra le pagine del diario e negli altri scritti, le tracce di un Dio che risuscita tutto ciò che tocca senza negare il realismo della crisi del Venerdì Santo.

Don Augusto Mascagna

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(88) Ivi, 506.
(89) Ivi, 327.